Università
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Svizzera
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Accademia
di architettura

 
 

Luigi Snozzi (1932-2020). Un omaggio, un ricordo di Franz Graf

01.02.2021

 

 

 

Luigi Snozzi ci ha lasciato lo scorso 28 dicembre e l’Accademia di architettura dell’USI si unisce al dolore dei suoi amici e del mondo dell’architettura rendendogli omaggio con questo ricordo di Franz Graf.

 

Luigi Snozzi rimarrà nella nostra memoria per la qualità della sua architettura, nota a livello internazionale, ampiamente pubblicata sulle riviste europee di settore e raccontata in una monografia del 1984, Luigi Snozzi. Progetti e architetture 1957-1984.

Kenneth Frampton, in un saggio emblematico, ne ha messo a fuoco il razionalismo critico, più vicino al funzionalismo della Neue Sachlichkeit che al formalismo di Le Corbusier, la dimensione pubblica degli edifici, interpretati come “condensatori sociali”, il contributo alla cosiddetta “scuola ticinese”, nei progetti realizzati con Tita Carloni, Mario Botta, Aurelio Galfetti, Flora Ruchat e Livio Vacchini; ha poi indagato nell’opera di Snozzi l’importanza del concetto di limite, la definizione chiara degli spazi architettonici e urbani, la definizione di architettura come “problema di forma” e infine ha descritto il progetto di Monte Carasso come esempio emblematico del suo pensiero. Vittorio Gregotti ha sottolineato invece l’impegno politico ed etico di Snozzi, l’appropriatezza dei suoi “progetti-interventi” nel momento in cui ritrova temi a lui cari; ne ha sottolineato l’architettura come trasformazione e l’importanza del progetto alla scala territoriale.

I progetti pubblicati sono stati a volte realizzati, in particolare quelli di dimensioni contenute, come le case Snider, Kalmann, Bianchetti, Cavalli, ma troppo spesso le sue «proposte-guerrilla» – come le definisce Kenneth Frampton – per progetti di maggior rilievo sono rimaste sulla carta, senza che questo abbia tuttavia intaccato l’entusiasmo inossidabile di Luigi Snozzi, che ha sempre continuato a progettare instancabilmente in favore della polis, nel senso ontologico del termine, e alle diverse scale: «stalla, sentiero, casa, o quartiere».

Nel suo piccolo studio, il cui aspetto artigianale egli riteneva fosse la forma di maggiore resistenza a una situazione sociale giudicata disastrosa, ha sempre continuato a portare avanti un’opera coerente, logicamente costruita, eticamente impegnata, fondamentalmente pubblica e formalmente controllata, come la proposta per Deltametropole Olanda (2001-2003), che il 30 settembre 2010 espose magistralmente nella conferenza d’inaugurazione della mostra a lui dedicata a Losanna.

Il lavoro di Snozzi è sempre stato anche intrinsecamente legato alla sua attività didattica e come molti, io l’ho incontrato proprio in quest’ambito. Furono soprattutto due gli incontri più intensi: casualmente, all’inizio e alla fine della sua carriera. Il primo avvenne nel 1982, quando ero un giovane studente di architettura al Politecnico di Losanna e Luigi Snozzi fu invitato a fare le sue “critiche”, illuminanti e definitive, ai nostri progetti nell’atelier Von Meiss. Al Politecnico di Losanna Snozzi fu dapprima professore invitato e poi professore ordinario, lasciando un segno profondo nell'insegnamento dell’architettura all’interno della scuola. Il secondo incontro ebbe luogo invece a Mendrisio, all’Accademia di architettura dell’USI, nel 2008, quando facevo parte, insieme a Flora Ruchat-Roncati, Gonzalo Byrne, Sergio Crotti, Stanislaus von Moos e Franz Oswald, della giuria del Diploma di quell’anno, diretto da Aurelio Galfetti e dedicato all’Alptransit, e dove Luigi Snozzi presentava il lavoro degli studenti del suo ultimo atelier di progettazione nell’ateneo ticinese. Ricordo i suoi commenti esplosivi, al di là delle presentazioni dei laureandi e dei commenti della giuria.

Luigi Snozzi ha sempre lavorato per una scuola di tendenza che non formasse solo professionisti del mestiere ma anche architetti eticamente, ideologicamente e politicamente impegnati. Ha sviluppato un metodo d'insegnamento estremamente efficace e ampiamente apprezzato dagli studenti, messo a punto fin dalla sua prima esperienza al Politecnico di Zurigo e proseguito poi a Losanna, a Mendrisio e infine nel suo seminario estivo di Monte Carasso, dove ha sempre proposto un progetto architettonico che andasse oltre qualsiasi analisi urbana o morfo-tipologica, sviluppato con chiarezza concettuale e formale, che ponesse al centro del processo l’architetto, non per la sua abilità formale ma per il suo profondo impegno etico. Questa stessa pedagogia del progetto, sviluppata in trent'anni con la stessa intensità e coerenza, risulta ancora oggi unica nel panorama dell’architettura contemporanea e della didattica.

Conciso e raffinato come i suoi progetti, Luigi Snozzi si è dedicato anche all’arte dell’aforisma, come il suo predecessore Auguste Perret, «per offrire agli studenti un quadro un po' più preciso in cui collocare il loro cammino di architetti». La stima e il rispetto che i suoi colleghi nutrivano per il suo insegnamento ha portato nel 1999 alla realizzazione del volume Pour une école de tendance. Mélanges offerts à Luigi Snozzi, curato da Pierre-Alain Croset. Raramente opere di questo tipo (peraltro difficili), hanno raccolto tante testimonianze di qualità e di alto livello intellettuale da parte di amici e colleghi del mondo dell’architettura. 

Per concludere queste brevi note in omaggio a Luigi Snozzi, voglio riportare le sue stesse parole, che spiegano con chiarezza che cosa abbiano rappresentato per lui il mestiere di architetto e l’insegnamento: «Quando fai un progetto, non sei obbligato a teorizzare ogni decisione, perché il processo di riflessione rimane “interno”, nella testa di chi progetta. Quando insegni, invece, sei obbligato a dare delle motivazioni alle tue scelte, e questo esercizio continuo è diventato per me fondamentale nel mio lavoro di architetto. Direi anche che non sarei mai potuto diventare architetto se non avessi insegnato. Può sembrare una motivazione un po' egoista, ma in fondo non insegno per il solo piacere di insegnare, ma per imparare qualcosa che mi serve direttamente nella mia pratica di architetto».

 

Franz Graf

 

 

 

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