All'Accademia di architettura dell'USI a Mendrisio una delle più alte concentrazioni di Premi Pritzker al mondo

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Servizio comunicazione istituzionale

30 giugno 2026

Lo chiamano il "Nobel dell'architettura": è il Pritzker Architecture Prize, il riconoscimento più prestigioso del settore. Un premio che ha un legame particolarmente stretto con l'Accademia di architettura dell'USI a Mendrisio. Scopriamo come e perché.

Da quando è stato istituito il Pritzker Architecture Prize, ben quattro vincitori del premio hanno fatto parte della comunità accademica dell'Accademia di architettura dell'USI: nel 2009 il riconoscimento è stato attribuito a Peter Zumthor, nel 2020 a Yvonne Farrell e Shelley McNamara, mentre nel 2022 è stato premiato Diébédo Francis Kéré, che solo qualche anno prima aveva lasciato l'Accademia per dirigere una cattedra alla TU München. Tutti sono stati, o sono tuttora, professori stabili all'Accademia (professori ordinari o titolari): un dato che colloca l'istituto ticinese tra le scuole di architettura con la più alta concentrazione di premi Pritzker al mondo e conferma il ruolo internazionale della Svizzera italiana nella formazione e nel dibattito architettonico contemporaneo.

Del rapporto tra il premio e il mondo accademico parliamo con Manuela Lucá-Dazio, Direttrice esecutiva del Pritzker Architecture Prize.

Il Pritzker Prize è spesso definito il "Nobel dell'architettura". Quali sono le qualità che distinguono un architetto meritevole di questo riconoscimento?

“Fin dalla sua istituzione nel 1979, il Pritzker Architecture Prize è rimasto saldamente ancorato alla propria missione originaria: il Premio viene infatti conferito ad architetti viventi la cui opera realizzata esprima una combinazione di talento, visione e impegno e abbia apportato contributi costanti e significativi all'umanità e all'ambiente costruito mediante l'arte dell'architettura. Per quasi cinque decenni, questi due principi guida fondamentali hanno orientato le deliberazioni delle successive giurie, le cui decisioni, pur influenzate da prospettive diverse e da contesti globali in continua evoluzione, sono rimaste fondate su un unico e inscindibile criterio di eccellenza rispetto a entrambi i parametri. Il Pritzker Architecture Prize conferisce molto più di un riconoscimento: affida ai suoi laureati una responsabilità ancora maggiore, quella di agire come catalizzatori nel proprio momento storico, contribuendo a orientare la professione e i modi in cui viviamo, lavoriamo e interagiamo con l'ambiente che ci circonda.
Uno sguardo ai premiati rivela come ciascuno di essi sia divenuto un punto di riferimento duraturo: al tempo stesso espressione profonda del proprio tempo e anticipazione del tempo che verrà. Nel 2009 la giuria sottolineò che Peter Zumthor aveva dimostrato come l'architettura possa essere al tempo stesso umile e straordinaria, radicata nella realtà materiale ma capace di suscitare emozioni profonde, centrata sulla qualità dell'esperienza umana e profondamente ispirata dal contesto geografico, storico e culturale. In questo senso, il suo lavoro rappresenta una delle interpretazioni più coerenti dell'idea di architettura che arricchisce sia l'umanità sia l'ambiente costruito.

Più recentemente, le priorità globali si sono ulteriormente orientate verso la responsabilità ambientale, l'equità sociale e il coinvolgimento delle comunità. Il Premio ha conseguentemente celebrato architetti capaci di rispondere a queste sfide urgenti con visione, umiltà e integrità, e riconosciuti non soltanto per aver costruito comunità, ma per aver coltivato relazioni profonde, inclusive e sostenibili al loro interno e tra di esse.

Le deliberazioni di quest'ultimo decennio riflettono una concezione sempre più ampia e inclusiva dell’eccellenza architettonica. Pratiche un tempo considerate marginali sono oggi riconosciute come centrali per il futuro della disciplina. Francis Kéré ha ridefinito il potenziale dell'architettura in contesti di estrema scarsità; Anne Lacaton e Jean-Philippe Vassal hanno promosso la trasformazione attraverso una radicale sobrietà; Rafael Aranda, Carme Pigem e Ramon Vilalta hanno pervaso il proprio lavoro di una sensibilità ambientale profondamente poetica; Yvonne Farrell e Shelley McNamara hanno sostenuto una visione intrinsecamente umanistica dello spazio e della società; Alejandro Aravena ha dimostrato la capacità dell’architettura di agire come forza progressista e socialmente impegnata; Liu Jiakun ha utilizzato la memoria come infrastruttura per realizzare edifici al servizio della vita, della comunità e della continuità. Nel riconoscere tali esperienze progettuali, il Pritzker Architecture Prize continua a evolversi, rimanendo fedele ai propri ideali fondativi e riaffermando al contempo la perdurante rilevanza e responsabilità dell’architettura nel contribuire alla costruzione di un mondo più equo e resiliente".

Dr.ssa Lucá-Dazio, dal suo punto di vista, quanto è significativa la presenza di quattro vincitori del Pritzker Prize tra i professori stabili di una stessa scuola di architettura? Come ci colloca questo dato nel panorama internazionale?

"La presenza di Peter Zumthor, Yvonne Farrell, Shelley McNamara e Diébédo Francis Kéré all’interno del corpo docente dell’Accademia di Architettura dell’USI esprime bene dal mio punto di vista la risonanza dei principi fondanti del Premio con la visione umanistica, interdisciplinare e innovativa della Scuola. Il Pritzker Architecture Prize si propone di ampliare costantemente il dibattito presente sull’architettura, attraverso una partecipazione quanto più possibile inclusiva e diversificata, per incidere sul futuro della disciplina.

Gli architetti hanno sia il privilegio che la responsabilità di dare forma all’ambiente costruito. Tuttavia, non operano in isolamento. Dipendono dai committenti. E i committenti non sono soltanto i grandi mecenati o immobiliaristi: sono i decisori politici, le istituzioni e, soprattutto, le comunità. È quindi una necessaria prerogativa collettiva saper generare una domanda consapevole, etica e responsabile. Nella sua essenza, l’architettura è lo spazio che abitiamo e con cui interagiamo ogni giorno. La sua sostenibilità dipende da questa interdipendenza.

Ritengo che la visione e il lavoro di Peter Zumthor, Yvonne Farrell, Shelley McNamara e Diébédo Francis Kéré applicati al percorso formativo e al modello didattico dell'Accademia di architettura dell'USI a Mendrisio costituiscano un formidabile contributo ad ampliare la ‘cassetta degli strumenti’ sia critici che pratici a disposizione degli studenti e dei giovani architetti".

L'Accademia di architettura dell'USI - fondata dall'architetto Mario Botta nel 1996 - è una scuola relativamente piccola e giovane: conta 844 studentesse e studenti ed ha appena compiuto 30 anni. Dal suo punto di vista può essere considerata un caso particolare nel panorama internazionale?

"In passato, nella mia precedente e lunga esperienza come direttore organizzativo del settore Arti Visive e Architettura della Biennale di Venezia, ho avuto spesso occasione di collaborare con docenti, ricercatori e studenti dell'Accademia di architettura dell'USI. Sempre, l'approccio - nella ricerca come nella presentazione dei progetti – si è rivelato aperto e al tempo stesso approfondito, basato su un'avanzata pratica tecnico-scientifica affiancata a una profonda visione umanistica. Questa precisa attitudine a superare le barriere didattiche per dare vita a un modello educativo aperto e interdisciplinare assume a mio parere una rilevanza sempre maggiore, e tanto più in quanto proviene da una realtà relativamente piccola, giovane e internazionale. In un momento in cui i crescenti squilibri e le diseguaglianze - sociali, ambientali, politiche - e l'irrompere dell'intelligenza artificiale – non più semplicemente un'innovazione tecnologica, bensì un vero e proprio agente creativo, una nuova infrastruttura mentale - impongono una revisione critica e un adeguamento degli strumenti educativi tradizionali, la vera sfida sta a mio parere nello sviluppo di competenze sempre più transdisciplinari, sia teoriche sia pratiche e nel superare la distinzione, ormai sempre più obsoleta, tra cultura scientifica e cultura umanistica. All’Accademia di architettura dell’USI questo processo mi sembra già in atto".

Il prossimo semestre l'Accademia ospiterà inoltre due vincitori del Pritzker Prize in altrettante conferenze pubbliche. Il 17 settembre 2026 sarà a Mendrisio Smiljan Radic, vincitore dell'edizione 2025 del premio, mentre il 25 febbraio 2027 interverrà Ryue Nishizawa, insignito del Pritzker Prize nel 2010 insieme a Kazuyo Sejima. Due appuntamenti pubblici che, accanto alla presenza di numerosi vincitori del premio tra i professori stabili, confermano il profondo legame tra l'Accademia di architettura dell'USI e il più prestigioso riconoscimento mondiale del settore.