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Cattedra Borromini

Con l’istituzione della Cattedra Borromini, un insegnamento annuale di alto livello nel campo degli studi umanistici, che si assegna a intervalli di due anni, l’Università della Svizzera italiana, l’Accademia di architettura e il suo Istituto di storia e teoria dell’arte e dell’architettura intendono sottolineare il proprio impegno a favore delle scienze umane, intese in senso ampio, e a sostegno del ruolo integrante che esse hanno svolto e continuano a svolgere nella creazione artistica e architettonica. La Cattedra Borromini prevede in genere due cicli di lezioni a livello di Master e una serie di conferenze pubbliche su un tema specifico, le Conferenze Borromini.

Cattedra Borromini 2018/19 – Barry Bergdoll

Accademia di architettura Mendrisio, Cattedra Borromini, Barry Bergdoll

Paradossi immobili: l’architettura in mostra dal 1750

Dalla metà del Settecento, la fondazione di nuovi musei e gallerie d’arte e l’incremento delle relative attività espositive è stata accompagnata dal lento sviluppo di una cultura delle mostre dedicate all’architettura. L’architettura si era fin dall’inizio distinta dalle altre arti perché per esporla si doveva avere a che fare con la sola raffigurazione di edifici, esistenti o futuri che fossero. Tele e sculture possono essere spostate da un luogo all’altro, e le attività artistiche si sono sviluppate in stretta connessione con l’emergente cultura museale. L’architettura, invece, era ovviamente meno adatta alle nuove istituzioni e alle loro pratiche. Eppure, paradossalmente, quando gli architetti trovarono il modo di entrare tra le pareti del Salon di Parigi, della Royal Academy di Londra e di altre sedi deputate all’esposizione, alla convivialità e alla critica, iniziò a prendere piede anche in ambito architettonico una cultura espositiva.
Una serie di quattro conferenze prenderà in esame gli aspetti-chiave di questa nuova pratica, colti in quattro momenti fondativi e in quattro contesti diversi, che hanno dato all’architettura nuove potenzialità. Comune a tutte le attività espositive è l’idea di mostrare architetture lontano dal loro luogo di costruzione, in un nuovo contesto che dà nuovi significati, stimoli e opportunità all’architettura stessa.

Barry Bergdoll

Barry Bergdoll è professore di storia dell’architettura moderna alla Columbia University, dove ricopre la Cattedra Meyer Schapiro, e curatore del Dipartimento di architettura e design del Museum of Modern Art (MoMA), dove ha esercitato il ruolo di Philip Johnson Chief Curator dal 2007 al 2013. Al MoMA ha organizzato e curato diverse importanti esposizioni sull’architettura del XIX e XX secolo, tra cui: “Frank Lloyd Wright at 150: Unpacking the Archive” (2017),  “Latin America in Construction: Architecture 1955-1980” (2015) and “Henri Labrouste: Structure Brought to Light” (2013). È autore e curatore di numerose pubblicazioni, di cui si menzionano: Latin America in Construction: Architecture 1955-1980 (con Carlos Eduardo Comas, Jorge Francisco Liernur, e Patricio del Real; 2015); Henri Labrouste: Structure Brought to Light (con Corinne Bélier e Marc Le Coeur, 2012); Bauhaus 1919-1933: Workshops for Modernity (con Leah Dickerman, 2010); Home Delivery: Fabricating the Modern Dwelling (2008); Mies in Berlin (2001); Karl Friedrich Schinkel: An Architecture for Prussia (1994); Léon Vaudoyer: Historicism in the Age of Industry (1994); e European Architecture 1750-1890, nella serie Oxford History of Art (2001). Ha ricoperto il ruolo di Presidente della Società degli storici dell’architettura dal 2006 al 2008, di Slade Professor of Fine Arts all’Università di Cambridge durante l’inverno del 2011 e nel 2013 ha tenuto la sessantaduesima A.W. Mellon Lectures in the Fine Arts presso la National Gallery of Art, a Washington, D.C. È membro della American Academy of Arts and Sciences e honorary fellow del Royal Institute of British Architects. 

Cattedra Borromini 2016/17 – Jean-Louis Cohen

Accademia di architettura Mendrisio, Cattedra Borromini, Jean-Louis Cohen

Il governo dello spazio L'architettura come vettore politico 
Troppo spesso la relazione tra architettura e politica è stata ridotta al legame diretto tra governanti – in particolare dittatori, quando si tratta del XX secolo – e progettisti. Tuttavia lo spazio nel quale l’architettura, intesa sia come cultura sia come professione, interagisce con la politica non è isotropo né omogeneo. Piuttosto, è modellato sulla “microfisica del potere”, per citare Michel Foucault, secondo cui il dominio politico opera attraverso reti instabili di azioni. Tra queste reti, la forma urbana e l’architettura sono senz’altro soggette a pressioni dall’alto, ma sono altresì determinate dalle forze che operano sul mercato e dalle aspettative dei gruppi sociali in conflitto.
Mentre con le sue costruzioni monumentali agisce come mezzo di rappresentazione, l’architettura dà forma alle relazioni quotidiane in tutti gli strati del tessuto sociale. Il delicato bilanciamento tra repertorio di forme disponibili e aspettative delle diverse componenti della società determina il tessuto in cui si inseriscono sia il discorso sia la pratica architettonica.
Un ampio ventaglio di progetti ed edifici che sintetizzano questi temi ­­– dal Nord America al Giappone, passando per l’Europa Occidentale e Orientale e il Nord Africa – fornirà la base empirica alle conferenze pubbliche della Cattedra Borromini.

Jean-Louis Cohen

Con la sua vasta competenza di storico e architetto, Jean-Louis Cohen occupa fin dal 1994 la cattedra Sheldon H. Solow per la Storia dell’architettura all’Institute of Fine Arts di New York. Dal 2014 è professore invitato al Collège de France.
Tra i quaranta libri che ha pubblicato ricordiamo: Architecture in Uniform (2011), The Future of Architecture. Since 1889 (2012) e Le Corbusier: an Atlas of Modern Landscapes (2013). Ha curato numerose mostre, tra le quali: L’aventure Le Corbusier (1987, in occasione del centenario della nascita dell’architetto), al Centre Georges Pompidou, con Bruno Reichlin; Scenes of the World to Come, al Canadian Centre for Architecture (1995); Interférences / Interferenzen – Architecture, Allemagne, France, al Musées de Strasbourg (2013); Le Corbusier: an Atlas of Modern Landscapes, al Museum of Modern Art di New York (2007); Architecture in Uniform, al CCA, alla Cité de l’architecture et du patrimoine e al MAXXI di Roma (2011-2014).
È stato research fellow alla National Gallery of Art’s Center for Advanced Study in the Visual Arts (1987), Getty scholar al Getty Research institute (1992-93) e Guggenheim fellow nel 2013. Ha curato il padiglione francese alla Biennale di architettura di Venezia nel 2014, ricevendo la menzione speciale dalla giuria.

Cattedra Borromini 2014/15 – Salvatore Settis

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Teatro della democrazia. Il paesaggio in Europa tra “bellezza”, “ambiente” e diritti civili
A chi spetta definire, alimentare, regolare il paesaggio? Agli architetti, agli storici, ai giuristi, ai sociologi, ai politici, o ai cittadini? Obiettivo del corso è tentare, oltre ogni strettoia disciplinare, di tracciare un panorama di concezioni, problemi, tensioni culturali politiche e civili che caratterizzano in Europa la discussione sulla natura e sul destino del paesaggio. Imperniato sull’esperienza storica delle culture di lingua italiana dal Medio Evo al presente, il corso proporrà un approccio comparativo con altre culture europee. “Paesaggio” è l’equilibrio fra natura e cultura. Fra spiagge, monti, colline, pianure come furono un tempo e come sono oggi, popolati di città, di villaggi, di cascine. Ogni paesaggio ha la sua storia: fatta di creatività e di distruzioni (guerre, terremoti, barbarie); di meraviglie e di errori. Questa diversità rispecchia quel che siamo (come il volto di ciascuno è “lo specchio dell’anima”): perciò ognuno ha il paesaggio che si merita. Ben prima della sua attuale forma politica, l’Italia fu il “giardino d’Europa”, dove «l’architettura è una seconda natura, indirizzata a fini civili» (Goethe). È il primo Paese al mondo ad aver posto la tutela del paesaggio tra i principi fondamentali dello Stato (Costituzione, art. 9). In che misura questi valori sono rispecchiati anche nella tradizione storica, giuridica, storico-artistica degli altri Paesi europei? Fino a che punto le diverse culture nazionali si preoccupano di quale paesaggio lasceremo in eredità alle generazioni future? È possibile immaginare una visione comune europea in questo ambito tanto delicato e cruciale?

Salvatore Settis

Salvatore Settis (Rosarno,1941), storico dell’arte, antichista, archeologo e filologo di notorietà internazionale, ma anche intellettuale da sempre impegnato in importanti ruoli istituzionali e figura di riferimento nel dibattito pubblico sulle politiche culturali, ha diretto a Los Angeles il Getty Research Institute (1994-99) e a Pisa la Scuola Normale Superiore (1999-2010). È stato presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali della Repubblica Italiana (2007-2009) ed è uno dei membri fondatori dell’European Research Council (2005-2011). Oltre ad essere stato Professore invitato in varie università europee ed americane, è stato Warburg Professor all’Università di Amburgo, ha tenuto le Isaiah Berlin Lectures a Oxford e le Mellon Lectures alla National Gallery di Washington e ha ricoperto a Madrid la Cátedra Museo del Prado. Dal 2010 è presidente del Consiglio Scientifico del Louvre. Gli interessi di ricerca di Settis includono temi di storia dell’arte antica e post-antica, nonché di orientamento e politica culturale e da un decennio ha spostato ancor più il suo baricentro concettuale sul complesso rapporto tra culture artistiche e sistemi di civiltà. Ha pubblicato numerosissimi saggi tra cui, in merito al soggetto del presente ciclo di conferenze, ricordiamo in particolare: Italia S.p.A. - L’assalto al patrimonio culturale, Einaudi,Torino 2002; Futuro del “classico”, Einaudi, Torino 2004; Battaglie senza eroi. I beni culturali fra istituzioni e profitto, Mondadori Electa, Milano 2005; Paesaggio Costituzione cemento. La battaglia per l’ambiente contro il degrado civile, Einaudi, Torino 2010; Azione popolare. Cittadini per il bene comune, Einaudi, Torino, 2012; Se Venezia muore, Einaudi, Torino 2014.
È membro dell’Accademia dei Lincei, dell’Accademia delle Scienze di Torino, dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, dell’American Philosophical Society di Philadelphia, dell’American Academy of Arts and Sciences e delle Accademie di Francia, di Berlino, di Baviera e del Belgio.

Cattedra Borromini 2012/13 – Giorgio Agamben

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The Work of Man The archaeology of politics
L’obiettivo dei due corsi di Master – L’Opera dell’uomo e Archeologia del comando – e del ciclo di conferenze pubbliche è di porre le basi per l’archeologia di un concetto, quello di “opera”, che ha avuto un’importanza decisiva nella politica, nell’estetica, nell’etica e nell’economia dell’Occidente e che, tuttavia, è rimasto singolarmente impensato. Se si leggono, in questa luce, autori antichi e moderni in cui il concetto di “opera” (non solo nel senso di “opera d’arte”, ma in quello, più ampio, che concerne tutto il “fare” e il “lavoro” dell’uomo) emerge nella sua problematicità, proveremo tuttavia anche a chiederci se l’uomo non sia invece l’animale senz’opera, un essere di possibilità e di potenza che nessuna vocazione e nessuna specifica attività possono esaurire. Filosofi e storici hanno inoltre riflettuto sul problema dell’obbedienza, su perché gli uomini obbediscono, ma manca, nella nostra cultura, una riflessione sistematica sul comando. Il corso interrogherà il problema del comando a cominciare dalla sua forma linguistica: l’imperativo. Che cosa facciamo quando diciamo: cammina!, parla!, obbedisci!? L’ipotesi che guida la nostra analisi è che la cultura occidentale, che si crede fondata sulla conoscenza e sulla funzione di verità degli enunciati, ha al suo centro una sfera assolutamente indifferente alla verità (un comando non può essere né vero né falso), che, scavalcando i confini del suo ambito proprio (religione, diritto e magia), svolge una funzione tanto più decisiva e invadente, quanto più nascosta ed elusiva.

Giorgio Agamben

Giorgio Agamben si laurea nel 1965 presso l’Università di Roma con una tesi sul pensiero politico di Simone Weil. Negli anni Sessanta Frequenta Elsa Morante, Pier Paolo Pasolini, Ingeborg Bachmann e partecipa ai seminari di Martin Heidegger a Le Thor. Negli anni Settanta insegna presso l’Università di Haute-Bretagne e studia linguistica e cultura medievale, stringe amicizia con Pierre Klossowski e Italo Calvino e svolge lavoro di ricerca presso la biblioteca del Warburg Institute a Londra. Dal 1978 dirige per Einaudi l’edizione italiana delle Opere complete di Walter Benjamin, di cui ritrova importanti manoscritti. Dal 1986 al 1993, è Directeur de programme presso il Collège International de Philosophie di Parigi. È stato professore associato di Estetica presso l’Università di Macerata e l’Università di Verona e fino al 2009 professore ordinario presso la Facoltà di Arti e Design dello IUAV di Venezia. A partire dagli anni Novanta attraverso una rilettura della Politica aristotelica e del pensiero di Michel Foucault e di Carl Schmitt elabora una teoria del rapporto fra diritto e vita e una critica del concetto di sovranità che ha segnato una nuova direzione nel pensiero politico contemporaneo (Homo sacer I. Il potere sovrano e la nuova vita, Einaudi, Torino 1995, seguito da Homo sacer II. Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003). È stato Visiting Professor nelle Università di Berkeley, Harvard, Princeton e di Los Angeles. Nominato nel 2003 Distinguished Professor  presso la New York University, abbandona l’incarico per protesta contro la politica del governo statunitense. È professore honoris causa dell’Università di Friburgo (Svizzera), di Buenos Aires, di Rio de la Plata e Albertus Magnus Professor dell’Università di Colonia.
Con la sua docenza nell’anno accademico 2012-2013 inaugura la nuova Cattedra Borromini dell’Accademia di architettura di Mendrisio.