Università
della
Svizzera
italiana
Accademia
di architettura

 
 

"Women, Meaning, Gravity" Intervista con Yvonne Farrell e Shelley McNamara di Valeria Molinari

07.04.2020

 

L'Accademia e il Teatro dell'architettura Mendrisio hanno il piacere di pubblicare l'intervista di Valeria Molinari "Women, Meaning, Gravity".

 

L’intervista a Yvonne Farrell e Shelley McNamara che qui presentiamo è stata realizzata da Valeria Molinari, studentessa dell’Accademia, come parte del suo elaborato teorico (Women, meaning, gravity. Understanding and reflecting on Yvonne Farrell and Shelley McNamara’s approach, gennaio 2020). Scopo dell’elaborato era quello di interrogare il pensiero delle architette alla luce di tre questioni fondamentali: l’identità di genere, il rapporto metalinguistico tra il costruire e il significare, il ruolo – spesso rimarcato dalle architette – della gravità in architettura. L’intervista attraversa tutte queste distinte questioni in una chiave autobiografica.
Prof. Matteo Vegetti, relatore dell’elaborato teorico

 

WOMEN, MEANING, GRAVITY. DIALOGO CON YVONNE FARRELL AND SHELLEY MCNAMARA

 
VALERIA MOLINARI: Siete due voci rilevanti nel dibattito architettonico di oggi. Credo che la vostra esperienza sia di grande importanza per noi, giovani architetti. C’è un evento che ha dato inizio al vostro percorso in architettura?

YVONNE FARRELL: Da bambina avevo la passione per il fare. Facevo delle scenografie in miniature di opere teatrali e balletti. Giocavo con lo spazio, ma non ero consapevole di che cosa fosse l’architettura. Non credo ci sia stato un momento preciso, è stato un percorso. Sono cresciuta in una casa che aveva un fronte rivolto sulla strada e l’altro che si apriva verso i campi. Ero a contatto sia con un contesto urbano sia con la natura. Crescendo mi sono accorta che l’architettura è una combinazione meravigliosa di matematica, geografia e cultura.

SHELLEY MCNAMARA: Non ho sempre voluto fare l’architetto. Sono cresciuta in una famiglia di costruttori. Sono sempre stata vicina all’ambiente edile: giunti e prototipi di sistemi costruttivi erano in giro per la casa. Poi quando sono cresciuta ho deciso di studiare architettura. E una volta che cominci, sei intrappolato, non puoi tornare indietro.

 

VALERIA MOLINARI: Quali architetti, filosofi o scrittori sono stati importanti per la vostra formazione?

YVONNE FARRELL: Quando io e Shelley siamo andati all’University College Dublin, abbiamo scoperto Le Corbusier. La sua influenza è stato molto importante. Eravamo affascinate dalla sua componente razionale ed emotiva, una capacità di visione e una un’abilità costruttiva.

Nella scuola di Architettura dove abbiamo studiato, alcuni professori e assistenti avevano lavorato con Mies Van Der Rohe, ma per noi Mies era troppo razionale e freddo.

SHELLEY MCNAMARA: Certamente Le Corbusier è stato per noi una guida, per la sua libertà e capacità di sviluppare progetti e idee radicali.

All’infuori dal campo architettonico, il lavoro di Thomas Mann è stato per me importante per la sua riflessione sulle forze irrazionali della psiche umana. Ho imparato molto anche da A. S Byatt, che nel suo romanzo Babel Tower, offre una visione straordinaria della struttura del linguaggio, qualcosa che mi è ancora d’aiuto quando rifletto sull’architettura.

 

VALERIA MOLINARI: Avete mai esplicitamente cercato dei modelli femminili?

YVONNE FARRELL: Penso di non aver cercato modelli femminili come tali. Essere irlandese è stato un grande vantaggio, non ci siamo mai sentite inferiori ai nostri colleghi maschi. Abbiamo sempre percepito un senso di equità, ma siamo state fortunate.

 

VALERIA MOLINARI: Il dibattito femminista tra architetti è stato particolarmente acceso tra gli anni ’80 e ’90, gli anni in cui voi vi siete laureate. Quali erano le vostre idee a quel tempo?

YVONNE FARRELL: Sembra ridicolo oggi, ma quando siamo arrivate al College, potevamo indossare i jeans, ma la generazione appena prima della nostra ha dovuto combattere per avere il diritto di portare i pantaloni. Penso che siamo state fortunate, che ci siano state donne più grandi di noi che sono state estremamente radicali. Le donne hanno ottenuto il voto in Irlanda molto presto. L’Irlanda è stata uno dei primi paesi ad avere una donna come rappresentante in Parlamento. Siamo state fortunate, come dicevo. Mi sembra che in certi cantoni svizzeri le donne hanno ottenuto il voto solo negli anni ’80-’90. Votare è molto importante. Dò molto valore al mio voto, perché so che ci sono state persone che hanno fatto grandi sacrifici prima di me per averlo.

Penso di venire da un paese che dà valore alle donne. Non voglio dire che l’equilibrio sia perfetto, ma non mi ricordo di aver mai pensato “in quanto donna, non posso fare questo o quello”. Qualsiasi cosa io volessi studiare c’era incoraggiamento sia da parte della famiglia che della scuola.

 

VALERIA MOLINARI: L’Architects Council of Europe (The architectural profession in Europe, 2018) mostra che le studentesse di architettura in Europa sono più del 50%, tuttavia quest’equilibrio non si riflette affatto nella dimensione lavorativa, dove il “gender pay gap” è intorno al 25%. Anche se consideriamo l’ambiente accademico, nel 2015-2016, solo il 31% dei membri dell’università (sia part time che full time) erano donne. Cosa ne pensate?

SHELLEY MCNAMARA: Penso che le donne debbano pretendere il diritto di essere uguali. Invece tendono a stare un passo indietro. Devono prendere coscienza dei propri diritti pienamente, essere più esigenti. C’è un bellissimo libro di Virginia Wolf, “Una stanza tutta per sé” (A room of  one’s own and three Guineas, 1929), in cui l’autrice cerca di spiegare le ragioni per le quali le donne sono state un passo indietro in letteratura. Uno dei fattori era la mancanza di un’indipendenza economica. Oggi la situazione sta migliorando, ma è difficile.

Direi che il campo dell’architettura è difficile per i giovani in generale. Nell’Unione Europea è molto complesso emergere sia per giovani uomini che per le giovani donne, a causa delle regolamentazioni molto severe.

YVONNE FARRELL: Sì, certo che ci sono stati miglioramenti. Ma non posso credere che ci siano ancora uffici che pagano le donne meno degli uomini; è assolutamente vergognoso. Penso che fino a quando le proporzioni non siano più equilibrate, ci dovrebbero essere forme di tutela a vantaggio delle donne. E’ un argomento delicato: in alcuni casi la gentilezza della donna porta a stare un passo indietro, così da lasciare altre persone andare avanti. La gentilezza è una forza, ma credo anche che richieda che le donne siano più sicure di se stesse per fare un passo avanti e essere coinvolte. Il testosterone rende le nostre vite differenti. Ci sono prove per cui quando le donne in studio hanno un ampio grado di libertà, l’ufficio ha molto successo. Sarebbe fantastico se le donne diventassero consapevoli del loro ruolo.

Il business dell’architettura è molto complesso, penso che il problema principale sia la gravidanza. La vita in famiglia e quella al lavoro sono in una sorta di conflitto. C’è bisogno di essere flessibili. Come può essere migliorata? Penso per esempio che qui a Mendrisio, ci dovrebbero essere più professoresse donne, ce ne sono poche oggi, dovrebbero essercene di più. Dobbiamo trovare un equilibrio, è molto importante sia  per la società che per la cultura.

 

VALERIA MOLINARI: Pensate che ci sia uno specifico contributo che le donne possono portare all’architettura?

YVONNE FARRELL:  Alejandro De La Sota descrive la placenta come il primo spazio dell’architettura, all’interno del quale si è contenuti.

Ma se stai chiedendo di contributi specifici, è interessante il fatto che spesso le donne sono molto brave ad ascoltare. La capacità di ascolto è una forma di contributo. Quando si ascolta si può provare a guardare le questioni da un diverso punto di vista.

Penso che uno dei più importanti aspetti dell’architettura sia l’empatia: provare a immaginarsi dall’altra parte, a sentire le cose in sintonia con gli interlocutori, anche se talora si può essere confusi dal sentire troppo, ma l’ascoltare valorizza l’architettura.

Noi, come architetti, siamo traduttori, perché cerchiamo di capire che cosa dicono le persone e a trasferire nel progetto ciò che abbiamo compreso. Per fare un esempio, penso che una donna architetta intuisca subito che la soglia della scuola è all’entrata, lì dove i genitori aspettano i bambini che escono. Certo anche l’architetto olandese Aldo Van Eyck ha parlato di questa forma di intelligenza spaziale, quindi non sono necessariamente le donne a possedere questa sensibilità riguardo alla vita che ci circonda. Forse a riguardo conta più la personalità di ciascuno che non la differenza tra uomini e donne. Dal punto di vista di una donna, cioè il mio, penso che noi donne siamo più attente al contesto, siamo più orientate verso la comunità, pensiamo naturalmente a noi stesse come “parte di”, e non come singolarità. In termini di contributi specifici, penso che le donne rappresentino un’altra voce, e dovremmo essere orgogliose di esprimerla. Penso anche - potrei sbagliarmi - che ci sia una particolare sensibilità all’interno della psiche femminile per il lavoro di gruppo; siamo portate a intendere il lavoro di gruppo come valore.

Non deve prevalere il protagonismo. Lavorare come un ensemble ha forza.

VALERIA MOLINARI: Voi ne siete una prova, avete dimostrato di essere una grande squadra. Insieme siete riuscite a far andare avanti l’ufficio per più di trent’anni. Come avete fatto?

YVONNE FARRELL: Io e Shelley siamo due personalità diverse, ed è interessante perché rende la nostra relazione dinamica. Provo un profondo rispetto per Shelley, è una donna di grande tenacia, in questi anni di lavoro ha sempre fatto in modo di mantenere gli standard alti. Ha l’ambizione di rendere il progetto il migliore possibile.

 

VALERIA MOLINARI: Tornando alla questione di genere, come la si affronta?

YVONNE FARRELL: Alle donne dovrebbero essere date più opportunità, e le donne dovrebbero saperle cogliere. Questa è una domanda molto importante perché fa emergere il tema dei pregiudizi esistenti.

Ancora oggi alcune persone vedono una donna in un gruppo e le chiedono di fare il tè, mentre questa persona potrebbe essere il presidente dell’azienda.

Recentemente abbiamo vinto un premio in quanto donne. All’inizio la nostra reazione è stata ambivalente, ma adesso ci sembra una cosa positiva. Se per anni e anni sono sempre stati gli uomini a essere riconosciuti e premiati, siamo orgogliose di aprire nuove porte.

La vita è migliore se uomini e donne sono in equilibrio. I due punti cruciali su cui lavorare sono: le opportunità e i pregiudizi.

Noi, come Grafton, siamo state molto fortunate in termini di opportunità. Le persone si sono fidate del nostro lavoro.

Vorrei aggiungere che nella vita quotidiana il supporto della famiglia e degli amici è molto importante. Noi donne con bambini abbiamo particolarmente bisogno di supporto pratico, psicologico e degli amici. Queste cose sono gli ingredienti essenziali della vita.Abbiamo anche bisogno di una certa dose di fortuna e del supporto delle persone che credono in noi. Si può avere grande talento ma non farcela per mancanza di opportunità, fortuna, supporto. Si deve sperare di avere un destino favorevole nella vita, lavorando con perseveranza.

 

VALERIA MOLINARI: Avete spesso espresso l’intenzione di cercare un significato (meaning) per i vostri progetti. Cosa intendete esattamente?

YVONNE FARRELL: penso innanzitutto al significato in senso linguistico, al potere delle parole. Credo che derivi dalla tradizione irlandese. In Irlanda abbiamo una tradizione orale molto forte. Sono affascinata dalla letteratura. Gli scrittori inventano un mondo intero con le parole. Quando si legge il libro, si è immersi in un mondo che diventa reale. Da ragazza, amavo le opere di Thomas Hardy, lo scrittore inglese, che tra l’altro era un architetto prima di diventare uno scrittore. Quando si legge il suo lavoro ci si accorge di quanto siano precise le descrizioni dei luoghi. Allo stesso modo i racconti di chi ha viaggiato descrivono con parole la loro esperienza fisica ed emotiva.

Come Grafton Architects, quando ci siamo dovute confrontare con un nuovo progetto come il Campo Universitario UTEC a Lima, cominciammo a immaginare un nuovo mondo per l’università. All’inizio abbiamo scoperto le scogliere di 40 m su cui Lima è costruita, così abbiamo pensato “e se facessimo una scogliera fatto dall’uomo, un campus universitario che si sviluppa in verticale, un’arena per imparare?”. Sono concetti e parole che ci hanno aiutato a immaginare il nuovo mondo, molto fisico, ma anche molto immaginario.

 

VALERIA MOLINARI: Come acquisite la consapevolezza che il vostro progetto abbia significato?

YVONNE FARRELL: L’architettura comincia dai bisogni, che implicano significato. E’ un argomento complesso. Prendo come esempio l’Università Bocconi a Milano. Nel sito della Bocconi era già stato progettato un edificio che aveva avuto l’autorizzazione per essere costruito. Penso che i committenti però fossero convinti che l’edificio non stesse comunicando abbastanza con la città,  e che sapessero di aver bisogno di qualcos’altro, così hanno dato il via alla competizione. In questo senso noi diciamo che l’architettura è una lingua che parla in silenzio.

Lavorando per il concorso avevamo dei bei disegni, dei bei prospetti e delle belle sezioni. Ma sapevamo che non stavano dicendo niente. Non sapevamo quale fosse il significato. Poi, lavorando sulla sezione, abbiamo alzato l’Aula Magna, e ci siamo accorti che così l’aula Magna diceva: “Ciao Milano”. Ci siamo accorti di aver scoperto qualcosa. Il significato arriva in maniera sempre diversa.

Con l’Università di UTEC a Lima avevamo moltissimi aspetti da prendere in considerazione. Abbiamo cercato di organizzare lo spazio in maniera funzionale. L’architettura è funzionale prima di tutto e poi ha una componente simbolica. Non tutto deve essere simbolico. Alcune cose sono ordinarie, e altre hanno una componente che colpisce, in inglese diciamo: “to hit the nail on the head”.

Anche nella sezione di UTEC, quando abbiamo sviluppato l’idea della scogliera fatta dall’uomo, ci siamo accorti che aveva in sé una coerenza, un DNA. Quella sezione per noi aveva un significato. E’ un po’ come la differenza fra storia e letteratura. Nella letteratura c’è qualcosa che scatta e che dà un altro valore alla storia.

Qual è la relazione tra significato e progetto? Da un lato il significato si cerca attraverso una storia inerente e coerente con il progetto, dall’altro si cerca il significato architettonico del progetto rispetto alla società. Il pubblico potrebbe non sapere questo, ma tutti siamo sorretti e circondati dall’architettura. Ecco perché noi pensiamo all’architettura come “new geography”.

L’architettura ha un significato, ha un impatto. Se si è circondati da una bella superficie è diverso che essere circondato da niente o da un edificio che non importa a nessuno. Penso che le persone lo percepiscano, anche se in alcuni casi non ne sono consapevoli. Mi viene in mente l’esempio della musica: anche se non si suona uno strumento ci si accorge quando stona. Probabilmente gli essere umani se ne accorgono anche con l’architettura. Tutto quello che è costruito dall’uomo ha significato. Alcune cose hanno un significato positivo altre invece risultano dannose per il proprio benessere.

 

VALERIA MOLINARI: Quale vostro progetto porta con sé il discorso più interessante?

YVONNE FARRELL: Questa è una domanda molto forte. Penso che ogni progetto che facciamo cerchi di capire quale sia il suo discorso. Abbiamo inaugurato recentemente il progetto a Tolosa di una School of Economics, che ha un discorso differente da quelli precedenti, è molto diverso per esempio dalla Bocconi. L’Università Bocconi è più razionale, ma la luce attraversa il rigore di entrambi gli edifici.

Cerchiamo qual è l’elemento più vitale del sito per poi portarlo all’interno progetto, per esempio, la materialità, la luce, la protezione dal sole, la comunità.

E’ bellissimo osservare come le persone utilizzano il progetto, una volta completato: a Tolosa si vedono i gruppi di studenti che insieme attraversano i ponti e scendono le scale per bere il caffè. Questo è ciò che dà significato all’architettura.

Speriamo che ogni progetto sia in grado di contribuire al contesto. Alcuni hanno più ingredienti di altri, che sono più modesti e silenziosi.

Speriamo che ogni progetto porti con sé un discorso architettonico. A Tolosa, mio cognato era in un taxi per andare all’aeroporto, e l’autista del taxi passando di fianco al nostro edificio, ha detto: “c’è un edificio laggiù, si vede che gli architetti si sono confrontati con la storia e con la modernità”. E’ stato molto gratificante. Anche durante l’inaugurazione della Bocconi è successo un evento analogo: una donna che non conoscevamo, non architetto, guardandosi intorno ha detto:“ la struttura è immensa, ma ti abbraccia”; anche questo momento è stato estremamente emozionante per noi, perché lei aveva capito precisamente che cosa noi - da architetti - volevamo far provare alle persone.. L’architettura è una lingua che dobbiamo imparare a parlare, alcune volte parla più chiaramente di altre.

 

VALERIA MOLINARI: Come comincia il discorso del progetto?

SHELLEY MCNAMARA: Penso che il discorso cominci dal luogo. Il discorso può essere creato semplicemente rispondendo al bisogno delle persone e del luogo. Siamo come dei detective, dobbiamo cercare indizi e trasformarli in progetti. Leggiamo spazi della città da quando abbiamo cominciato la nostra attività nel 1978. L’abbiamo fatto per diversi anni a Dublino. Continuiamo a essere affascinate dalle dinamiche della vita in città. Siamo interessate alla capacità dell’architettura come formatrice della vita urbana. Crediamo che l’architettura abbia la responsabilità di amplificare la cultura, di integrare passato e futuro, così che il passato non sia cancellato, ma appunto integrato, intrecciatoCome dice Alejandro de la Sota:“l’architetto dovrebbe fare il meno possibile”.

 

VALERIA MOLINARI: La capacità di creare un discorso, ha a che fare con un’intuizione o emerge poco alla volta?

YVONNE FARRELL: Penso che l’intuizione sia un importante ingrediente della vita.

L’intuizione è affascinante perché ha una componente emotiva.

L’intuizione ti fa sentire quello che non conosci.

L’intuizione è insieme rigorosa e organica.

Sto pensando alle pietre del mare che vengono levigate dal tempo. Allo stesso modo cerchiamo di lavorare con le nostre idee, in modo tale da ottenere una pietra arrotondata e morbida.

Riguardo alla tua domanda sul significato, penso che l’architettura sia una disciplina molto importante, perché ha la potenzialità di rendere il mondo migliore per tutti.

 

VALERIA MOLINARI: In Dialogue and Translation vi riferite spesso al tema della gravità, come intendete quest’idea?

YVONNE FARRELL: La parola gravità è intrigante. Io e Shelley abbiamo cercato di capire da dove venisse il nostro interesse per essa. Per quanto mi riguarda, mi ricordo di aver visto diversi anni fa un’incredibile esibizione di ballerini giapponesi al Dublin Theatre Festival. I ballerini si muovevano a malapena, ci si accorgeva che avevano cambiato completamente posizione solo dopo cinque minuti, definivano lo spazio, come se sconfiggessero la gravità.

In senso fisico, la gravità è l’energia della Terra che ci sorregge. Ho recentemente guardato il film Apollo 11, quando i due astronauti atterrano sulla Luna, laggiù non c’è quasi gravità. Osservandoli, si vede chiaramente quanto siamo fragili. La gravità è una delle cose che influisce in maniera profonda l’essere umano. L’architettura si confronta costantemente con la gravità. L’Università Bocconi per esempio, sembra avere peso, è ancorata a Milano. Il nuovo Campus Bocconi, progettato da SAANA è esattamente l’opposto, è leggero, bello ed elegante! Non penso che sia una questione di scelta: o l’uno o l’altro, gravità o non gravità.

 

VALERIA MOLINARI: Trovo interessante che voi sottolineiate spesso il doppio significato del termine gravità, che da un  ha un lato ha un’accezione fisica e dall’altro morale, ovvero riferita a comportamenti e azioni. Anche quest’ultima accezione si riflette nel progetto?

YVONNE FARRELL: Penso che ogni progetto d’architettura, anche piccolo, che sia un muro, una sedia, una porta, abbia la potenzialità di avere gravità e significato. Per esempio la seduta esterna con le piastrelle e il calcestruzzo di Jørn Utzon, all’esterno di Can Lis a Maiorca, su cui abbiamo lavorato insieme, comunica gravità e generosità. Penso che la gravità non abbia a che fare con le dimensioni, ma con la consapevolezza. Penso che se si ha la capacità di essere artigiano e allo stesso tempo di sviluppare il concetto, il risultato avrà un impatto reale. Hans van der Laan, un architetto e un monaco, ha fatto un bellissimo edificio la Roosenberg Abbey. Molto semplice, modesto, ma dotato di gravità. Non troppa luce, non troppa poca, ma in giusta quantità. Tutto dipende dal progetto: se fai qualcosa con troppa gravità, o con troppo significato, poi è troppo.

 

VALERIA MOLINARI: Si può pensare alla gravità anche come modalità per rispondere alla tendenza globale verso l’omologazione?

YVONNE FARRELL: Quando ci è stato chiesto di essere le curatrice della Biennale di Architettura di Venezia nel 2018, ci è stato detto di scrivere un Manifesto, abbiamo dovuto pensare a una lista di cose che noi consideriamo valori. Una delle più importanti, oltre alla generosità, era “la Terra come cliente”. Chiunque sia il nostro cliente, alla fine noi siamo in questo pianeta, in questa Terra fragile. Condividiamo tutti responsabilità. Se tu ti riferisci alla “gravità” della situazione, o alla gravità delle nostre responsabilità, noi abbiamo appena finito con gli studenti del secondo anno una ricerca sulle costruzione in legno e sulla progettazione di abitazioni auto-sufficienti nella Laguna di Venezia. E’ veramente parte della nostra ricerca quanto auto-sufficiente un progetto può diventare. La “gravità” della situazione è che le risorse del pianeta sono limitate. Non possiamo continuare a consumare materiali e a danneggiare l’atmosfera. Le implicazioni per l’architettura sono enormi. Stiamo facendo ricerca nel campo della costruzione in legno per sperimentare se possiamo utilizzare risorse rinnovabili, o riutilizzare gli edifici se possibile.

E’ una situazione grave e Greta Thunberg, questa ragazza di appena sedici anni, è una guerriera, è strepitosa, penso che rispetto alla conversazione di prima, dovresti intervistare lei!

 

VALERIA MOLINARI: “Essere consapevoli”, come pensate questo status possa essere sviluppato in architettura?

SHELLEY MCNAMARA: Penso possa essere sviluppato attraverso senso civico. L’architettura risponde a un bisogno civico, è un servizio. Quindi l’architetto dovrebbe mettersi al servizio degli altri, non essere narcisista. Gli architetti hanno il compito di immaginare scenari alternativi, rispondendo a problemi specifici della società di oggi. L’immaginazione porta all’ottimismo.

 

  

POSTSCRIPTUM

Il titolo della Biennale di Venezia del 2018, curato da Shelley McNamara e Yvonne Farrell, era Freespace. Nel Manifesto dell’evento si legge che l’idea “rappresenta la generosità di spirito e il senso di umanità che l’architettura colloca al centro della propria agenda”. Il valore della generosità e l’attenzione alla Terra sono gli elementi di coesione dei lavori di Grafton Architects. I progetti di Milano, Lima e Tolosa citati nell’intervista e l’invito ad accogliere la questione ecologica come una sfida epocale alla quale l’architettura è chiamata a rispondere, lo dimostrano al meglio.

Desidero ringraziare  Shelley McNamara e Yvonne Farrell per il tempo che mi hanno dedicato e per aver condiviso le loro esperienze, emozioni, opinioni. Anche questo un atto di generosità.

Valeria Molinari

 

Valeria Molinari sta terminando il programma di Master in architettura con l’Atelier Grafton presso l’Accademia di architettura –USI a Mendrisio. Ha svolto l’anno di stage obbligatorio presso lo studio berlinese dell’architetto Francis Kéré, partecipando alla progettazione del Serpentine Pavilion 2017 a Londra. Ha inoltre partecipato al programma di mobilità Erasmus presso l’EPFL di Losanna.

L’intervista si è svolta a Mendrisio il 20 dicembre 2019.

 

The Academy of architecture and the Teatro dell'architettura Mendrisio are pleased to publish the interview by Valeria Molinari "Women, Meaning, Gravity".

 

The interview to Yvonne Farrell and Shelley McNamara here presented, was realised by Valeria Molinari, a student from the Accademia, as part of her thesis work (Women, meaning, gravity. Understanding and reflecting on Yvonne Farrell and Shelley McNamaras approach, January 2020). The intention of the work was to examine the thought of the architects through three fundamental issues: gender identity, metalinguistic relation between building and meaning, the role - often underlined by the architects- of gravity in architecture. The interview investigates these issues from an autobiographic prospective.

Prof. Matteo Vegetti, thesis supervisor

 

WOMEN, MEANING, GRAVITY. DIALOGUE WITH YVONNE FARRELL AND SHELLEY MCNAMARA

 

VALERIA MOLINARI: You are two prominent voices in the architectural debate today. I believe that your experiences, your stories and your opinions are of a great importance for us, young women architects. Is there an event that initiated your career as architects?

YVONNE FARRELL: As a child I was interested in making, I used to do sets for plays and ballets. Playing with space, but not being aware of what architecture was.  I don’t think there was one moment, it was really a continuation of things, watching people in spaces. I lived in a town that had formal public spaces, our house had a road to the front and  the back garden opened onto fields. So I was connected with urbanity but also with nature. As I grew older and attended school, I realised that Architecture is a wonderful combination of mathematics, geography, and culture.

SHELLEY MCNAMARA: I didn’t always want to be an architect. I grew up in a family of builders. I’ve been close to the construction environment since I was young, with joinery and all kinds of building activities close to the house. Then, when I grew up I decided to study architecture. Once you enter the world of architecture, you get hooked, you can’t go back.

 

VALERIA MOLINARI: Which architects, philosophers and mentors have been important for your formation?

YVONNE FARRELL: When Shelley and I went to University College Dublin, we discovered Le Corbusier. He was a really important influence in terms of his ability to be both rational and emotional. He had both a visual and a construction ability.

In the school of Architecture where we were, a number of professors and tutors had  worked with Mies Van Der Rohe, but we found Mies too specific, too rational and cold.

SHELLEY MCNAMARA: Certainly Le Corbusier was a mentor for us, for his freedom, and ability to develop radical ideas.

Outside the field of architecture, the work of Thomas Mann was significant, for his analysis on sociological issues and changes in the natural world, along with reflecting deeply on the irrational forces of the human psyche. I learned a lot from A.S Byatt: in her novel Babel Tower she offers a unique insight into the structure of language, which I find helpful when thinking about architecture.

 

VALERIA MOLINARI: Have you been explicitly looking for women role models?

YVONNE FARRELL: There were not  women role models as such. I think being Irish was of great advantage.  We never felt that we were less than our male colleagues. We felt there was a sense of equality, but we were lucky to feel that.

 

VALERIA MOLINARI: I have discovered this summer that the feminist debate between architects in the 1980s and 1990s was particularly fervent. These were the years when you got your degree. What were your feelings at that time?

YVONNE FARRELL: It seems ridiculous now, but during the years before we came to University in Dublin, female students had to fight for the right to wear jeans! We were lucky. We were very lucky that there were women just before us, who were much more radical and voiced their opinionsWomen got the vote in Ireland very early. Ireland was one of the first countries to have an elected woman representative in Parliament. We were lucky. We were very lucky that there were women just before us, who were much more radical. Its my understanding that in some cantons of Switzerland , that women could only  vote from the late 1980’s and early 1990’s. Voting is really important. I really valued my vote because I know there were people who changed their lives on our behalf  in order to obtain the vote. 

We are from a country that values women. I’m not saying that the balance is perfect, but I don’t ever remember thinking:‘because I’m a female I can’t do something’. Whatever you wanted to study, there was encouragement both within the family and within the school structure.

 

VALERIA MOLINARI: The Architects Council of Europe shows that women students in Europe are more than 50%. Nevertheless the balance is not reflected at all in the working environment, where the gender pay gap is around 25%. In the academic environment only 31% of the university member (both part time and full-time) are women. What do you think?

SHELLEY MCNAMARA: I think women have to assume the right to be equal. They tend to stand back. They have to consider their right fully; be more demanding. There is a beautiful book by Virginia Wolf, entitled “A room of one’s own and three Guineas”, (1929)in which she tries to explain the reason why women have been at the back in literature. One of the things that had held women back was the lack of economic independence. Today the situation is improving, but it’s still difficult.

I would say that in the architectural field, it’s hard for young people in general. In the European Union it is very difficult to emerge for both young men and women because of the strict regulations.

YVONNE FARRELL: Yes of course there have been improvements. But I can’t believe that there are offices that pay women less than men, this is absolutely disgraceful. I think that until the proportion of women and men in public life is more balanced, there should be positive discrimination. It’s a difficult  topic to discuss. In some cases, the gentleness of the female tends to encourage women to stand back and let other people go forward. Testosterone does make life different.I think for a lot of women their gentleness is a strength , but also it requires that females  have a firmer belief in themselves to step forward and be involvedMen have fantastic strengths and women have fantastic strengths. There are studies which show that firms that have a large degree of female participation are more successful. Because the business of architecture is actually very complex, I think the main issue is when women are of child-bearing age.

Family life and business life have a kind of a conflict. There is the need to have some sort of flexibilityIn terms of how it could be improved? I think, for example, here in Mendrisio there should be more women professors. There are few now. There should be undoubtedly more. We need to find a balance. That is really important for society and culture at large.

 

VALERIA MOLINARI: Do you think there are specific contributions that women architects can bring to architecture?

YVONNE FARRELL: Alejandro De La Sota, describes the utero placenta to be the first place of architecture where you are contained.

Personally, if you are asking about specific contributions, it’s interesting that many women are really good at listening, which is an undervalued  form of contribution. When you listen, you hopefully hear what has been said, and you can begin to see things from a different point of view.

One of the most important aspects of architecture is empathy, to try and imagine yourself on the other person’s side. It doesn’t guarantee good architecture, because sometimes you could be fractured by hearing too much, but listening enriches architecture.

We often say that as architects we are translators, because we try to hear what people say, to then translate their needs in the project. As an example, women architects might  realise that the threshold of the school is at the school gate, that architecture can happen where parents are waiting for the children coming out. That threshold space is very powerful. The Dutch architect, Aldo Van Eyck talked about this particular place and this spatial attitude. It’s obviously not only women architects who have a certain sensibility to humanity. I don’t really think it’s a question of men or women. I think it’s due to getting opportunities and to certain personality types. From a woman’s point of view, I think we are a bit more contextual, we are more about the group and we think of ourselves as a “part of”, as opposed to the singularity of one person. In terms of specific contributions finally, I think  females are another voice, and we should be proud of expressing it.

I think also that - I might be wrong - that there is a sense within the female psyche, of trying to work  with the group, trying to consider the working together as a value, you don’t have to be a singularity, working as an ensemble has a strength.

 

VALERIA MOLINARI: You are an example of being able to work as a group with Shelley and the office team. You have run the office together for more than 30 years. How did it happen?

YVONNE FARRELL: I have tremendous respect for Shelley, she has an amazing tenacity of not letting our standards slip. She has very high ambitions to make each project the best it can be. We are different kinds of personalities, which is interesting because this makes our relationship dynamic.

 

VALERIA MOLINARI: What do you think about the issue of gender equality, is it still actual?

YVONNE FARRELL: I think women should be given more opportunity or take more opportunity. I think that this discussion is really important because it raises the issue of prejudices.

You know that some people would see a woman in a group and ask her to make the tea, and she might be the president of the organisation! You are right that in many societies there are prejudices against women, and men get more chances.

While the life pattern of a young male tends to be linear, the life pattern of a young female in terms of time is more variable. We got an award recently, because we are women. We were ambiguous about that at the time, but now we feel that is a good thing. If for years and years in the past, it has always been men being recognised and getting awards, we are proud to open new doors.

Life is better if we have males and females mixed and working together. I think opportunity and prejudice are the two main points.

We, as Grafton Architects, have been very lucky in terms of opportunities, people have trusted us with commissions.

I would like to add that in everyday life the support of family and friends is really important. Especially women with children, you need practical support, psychological support, friendship. You need backup. Those things are the metrics of life. You can be very talented and be bypassed because of lack of opportunity, luck and support. You have to hope that you meet good destiny through your life and you have to work hard.

 

VALERIA MOLINARI: You have stated at different times your willingness to always find a meaning for your project. In which sense?

YVONNE FARRELL: I think of  meaning in its linguistic sense - the power of words. I suppose it comes from an Irish tradition. We have a really strong oral tradition. Personally, I’m fascinated by fiction in literature. Writers can invent a whole world in words, so that you read a book and you are inside this mental world and it is so real. When I was a teenager, I loved the work of Thomas Hardy, the English writer. He was an architect before becoming a writer and when you read his work you realise how physical his descriptions of places are. When people describe their trips to India or Japan, they are describing in words their physical and emotional experiences.

For us, when we were  dealing with a new project,  for example: the University Campus UTEC in Perù, we had to begin to imagine a whole new world for a new university. We looked  at the 40 meter high cliffs on which Lima is built. We thought:what if we make a man-made cliff; a vertical campus or an arena for learning”?. These were concepts or words to try to invent and to hold a new imagined world together. Very physical and newly imagined!

 

VALERIA MOLINARI: How do you reach the awareness that allows your project to have meaning? 

YVONNE FARRELL: Architecture starts with needs, which involves meaning. It’s a complex topic. I’ll use the University Bocconi as an example of what I mean. Bocconi already had a full permission for a building on the site where they held the competition. I believe that the commissioners felt that the proposed building was fine, but it wasn’t ‘saying’ enough to the city about their university. So they decided to hold a competition because they knew they needed to ‘say’ something else. We believe that architecture is a silent language that ’speaks’.

When we were doing the competition, we had nice drawings, nice elevations and sections, but we knew it wasn’t ‘saying’ enough, we didn’t know what the meaning was. Then, we moved the aula magna from a lower level, up higher in section and then to a new position at the busy street intersection and then the aula magna began to say: Hello Milano. We felt we have discovered something. Meaning comes in a number of ways.

With the University Campus UTEC’s project in Lima we had a huge number of things to deal with. We tried to find a way of organising education needs that worked. Architecture is functional first of all and then it has a symbolic component. Not everything has to be symbolic. Somethings are ordinary and then other things have a component that  reveals something, the expression in English is: ‘to hit the nail on the head’.

In the section for the UTEC University Campus in Lima, when we used the term ‘a manmade cliff’, we realised it had a kind of a coherence, a kind of  DNA. The section we proposed had a meaning for us. It’s a bit like the difference between literature and story. In literature there is something additional that gives another value to the story.

You ask: What does meaning have to do with a particular project? On the one hand, it is finding the inherence story and coherence of the project; on the other: it is finding the architectural meaning to society. The general public might not know this, but they are held by architecture. That’s why we use the term: architecture as a new geography.

Architecture has meaning, has impact. If you are held by a beautiful surface it’s different than being held by a really badly made, badly considered  building that nobody cares about. I’m convinced that people register the impact of buildings on their skin, in their bodies, in their psyche, even if they don’t register it. For example, even if you don’t play an instrument, you can hear when the music is off key. Probably human beings can tell also with architecture. Everything that is made by mankind has meaning; some things have good meaning and others are detrimental to your well-being.

 

VALERIA MOLINARI: Which project of yours triggered the most interesting discourse in your opinion?

YVONNE FARRELL: That’s a very powerful question, I think in each project we do we try to understand what is the discourse. We opened recently the project in Toulouse: a School of Economics, the project has a different discourse, for example to Bocconi University. Bocconi might seem more rational, but light dances across the rigour of both buildings.

We try to see what is the component of each project that is alive and we try to bring that into the project, say for example: materiality, sunlight, protection from the sun, community.

It’s beautiful to observe how people use a project once it’s built. In our building in Toulouse to see the community of scholars coming across bridges, moving on the staircases, coming down for a coffee, this is what gives meaning to architecture.

We hope that each project has some ingredients that contribute to the context. Some projects have more ingredients than others, some are modest and quieter.

We hope that each project has an element of architectural discourse. In Toulouse recently, one of  my brother-in-laws was in a taxi on his way to the airport, and the taxi man said to him as they drove passed our building:‘there is a new building there, you can see that architects try to deal with history and modernity’. It was really satisfying for us to hear this comment of a complete stranger. During the opening of our Bocconi Project on the 1st November 2008 something incredible happened for us: an elderly woman -whom we didn’t know - not an architect – was looking around  the new building and said to us: “the structure is immense but it embraces you! That moment was extremely emotional for us because that person understood exactly what we, as architects, had hoped people would feel. Architecture is a language that we have to learn to speak. Sometimes it speaks more   clearly than at other times.

 

VALERIA MOLINARI: How does the discourse of a project start?

SHELLEY MCNAMARA: I think that the discourse of a project starts from the place itself. The discourse can be built also simply by answering to the needs of people and the place. We are like detectives, we have to look for clues and then translate those clues into the projects. We have been ‘reading’ spaces since the beginning of our practice in 1978. We did it for many years in Dublin. We continue to be fascinated by the dynamics of city life. We are interested in architecture’s ability to provide a matrix, a framework for life. We believe that architecture has the responsibility to amplify existing culture, to integrate the past and the future, so that things are not erased but woven together. As Alejandro de la Sota said: “an architect should make as much nothing as possible. It is in this ‘nothing’ , that Life happens.

 

VALERIA MOLINARI: The ability to create a discourse does it have to do with an intuition, or does it emerges later?

YVONNE FARRELL: Intuition is a very important ingredient in life – a very deep intelligence. Intuition is interesting because it has an emotional component.

Intuition makes you hear what you don’t know, it’s both rigorous and organic.

I’m reminded of how stones are made round and smooth by the motion of the sea and by the passage of time. In the same way, we  try to work with our ideas to find the rounded and smooth ‘stone’ of a refined idea.

Going back to your questions regarding meaning, architecture is the really important discipline which has the capacity to make the world - a better world for everybody.

 

VALERIA MOLINARI: As you say in Dialogue and Translation: the idea of gravity is a kind of a conscience, we see it in the weight of architecture, in the traditions that we take from, and in the question of just how much an architect needs to do. Could you go deeper on what you define as gravity?

YVONNE FARRELL: Gravity is intriguing. Shelley and I have discussed where our interest might have came from. For me, I remember seeing many years ago, an incredible dance group from Japan at a Dublin Theatre Festival. They hardly moved at all on the stage. They defined space. Then after 5 minutes or so, they had  completely changed their positions on the stage, but you hadn’t noticed any difference or how they achieved this. It was like if the dancers defied gravity.

Gravity is the energy of the Earth holding us onto itself. I recently watched the film Apollo 11, when the two astronauts landed on the Moon, they experience almost no gravity. Watching them, you could see how fragile and how exposed we are as creatures. Gravity is one of the things that affects human beings deeply. You might say that many  contemporary buildings are lightweight. Our Bocconi University building appears to have weight, to be anchored into Milan. The new Bocconi campus buildings designed by SANAA are the opposite. They are really lightweight. They are very beautiful, very elegant. It is not a question of either/or, heavy or light, gravity or not gravity.

 

VALERIA MOLINARI: I find interesting that you often refer to the double meaning of gravity. Not only its physical, but also its moral acceptation, which refers to behaviours and to thoughtful action. How does this idea is translated into the project?

YVONNE FARRELL: Every architectural  project has the potential to have meaning, to have gravity. Every project, even a small one, whether it’s a wall, a seat, or a door, has that capacity. The concrete seat with the ceramic tiles, designed by Jørn Utzon, at the entrance of the house: Can Lis, in Majorca, which we studied together, has gravitas and generosity. Gravitas, is not about scale, it is about consciousness. If you get craftsmanship and an intellectual idea working together, the result can have a real impact. I haven’t seen the work in reality, but Hans van der Laan was an architect and a monk, who made a beautiful building, the Roosenberg Abbey, very simple very modest but with gravitas, not too much light not too little, just enough.. I suppose it all depends on the project. You could possibly do something with too much gravitas, with too much meaning, then it would be too much !

 

VALERIA MOLINARI: I thought about gravity as a way to respond to the global trends and to the homologation forces, what do you think?

YVONNE FARRELL: When we were asked to be the Curators of  the 2018 Venice Architecture Biennale, we were asked to write a Manifesto as the theme. We made a list of the things we value. One of the most important, besides generosity , was the Earth as Client. Whoever our client is, in the end we all share this planet. We are all on this fragile Earth together. We all share responsibility. If you talk about the gravity of the situation, or the gravity of responsibility, we have recently finished with our students a research on timber construction and self-sufficient housing in the Venice Lagoon. It’s really part of our research, of  how self-sufficient each project can becomeThe gravity of the situation is that the resources of the earth are limited. We can’t keep eating up materials, affecting the atmosphere. The implications for architecture are enormous. We are doing research into timber construction to see how we can use renewables resources more sustainably, or reuse existing buildings, where possible.

It’s serious situation - one we have to deal with and develop inventive solutions. Greta Thunberg - the sixteen year old young female, environmental warrior-  she’s terrific. She inspirational! I think, you should be interviewing her!

 

VALERIA MOLINARI: “Be conscious”, how do you think this status can be developed in architecture?

SHELLEY MCNAMARA: I think the status of being conscious can be developed through a civic sense. Architecture responds to a civic need, it’s a service. Therefore, architects should serve, and not be narcissistic. Architects have the task to imagine alternative worlds, that respond to specific problems of today’s society. Imagination leads to optimism.

 

 

POSTSCRIPTUM

The title of the Venice Biennale of 2018, curated by Yvonne Farrell and Shelley McNamara was entitled Freespace, this idea - in the first line of the Manifesto of the event -  is defined as: “a generosity of spirit and a sense of humanity at the core of architecture's agenda”. The value of generosity, on one hand represents the element of cohesion of the work of Grafton Architects, as it is expressed in the project in Milan, Lima, Toulouse, mentioned in the interview. On the other hand, the idea of “the Earth as a client” represents the invite to welcome the ecological issue as the epochal challenge towards which architecture is asked to respond.

I wish to thank Yvonne Farrell and Shelley McNamara for sharing their time, experiences and thoughts. I consider it as an act of generosity. 

Valeria Molinari

  

Valeria Molinari is currently finishing her Master program in Architecture at the Atelier Grafton of  the Academy of Architecture-USI in Mendrisio. She completed her internship year at the Berlin office of architect Francis Kéré, attending the design of the Serpentine Pavilion 2017 in London. She also participated in the Erasmus mobility programme at the EPFL in Lausanne.

The interview took place in Mendrisio the 20th December 2019. 

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